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Trump, i social, la politica e gli algoritmi. Senza regole sarà troppo tardi

Internet, il Web, le piattaforme software, i loro algoritmi, sono ormai da tempo soggetti con un forte ruolo politico. Ignorare questa verità genera danni economici, guasti sociali, toglie diritti ai cittadini, manipola e deforma le democrazie.

Non sono stati in pochi quelli che hanno protestato per il blocco degli account social (Facebook, Twitter, Instagram) del presidente uscente degli Stati Uniti d’America. Indubbiamente la notizia è sorprendente. In un mondo digitale dove ogni abitante del pianeta può scrivere e diffondere quel che gli pare sulla Rete, è apparso singolare che il Presidente (per quanto pro-tempore) della più grande potenza mondiale sia stato privato della libertà di diffondere urbi et orbi i suoi messaggi che, sinceramente, negli ultimi giorni sono stati paradossalmente caratterizzati da una certa propensione all’eversione politica.

Tuttavia, tra quelli che si sono mostrati contrari a questa sorta di censura planetaria, i soli ad aver legittimo diritto al dissenso sono quelli che in passato hanno protestato per la continua manipolazione dei cittadini e degli elettori americani che negli ultimi cinque anni Trump e il suo staff hanno operato proprio attraverso l’uso distorto e a volte illegittimo delle piattaforme social. Gli altri dovrebbero aver la pazienza di rimanere in religioso silenzio a riflettere su come le grandi piattaforme digitali siano ormai diventate da tempo un gigantesco suk dove si “vendono” notizie e informazioni senza alcun valore di verità.

Zuckerberg come un Capo di Stato

Per una sorta di nemesi storica, in poco più di cinque anni siamo passati dallo scandalo di Cambridge Analytica nel quale, sotto la guida di Steve Bannon, Trump ha manipolato il voto di milioni di elettori americani, usando i dati sottratti dai loro account Facebook (con la silenziosa collaborazione dei gestori del più grande social network), al post del pomeriggio del 7 gennaio scorso di Mark Zuckerberg. Il padrone di Facebook ha comunicato al mondo che dopo aver permesso per anni a Trump di usare le sue piattaforme social in accordo con le regole che lui aveva deciso, adesso ritiene «… che i rischi di consentire al Presidente di continuare a utilizzare il nostro servizio durante questo periodo siano semplicemente troppo grandi. Pertanto, stiamo estendendo il blocco che abbiamo posto sui suoi account Facebook e Instagram a tempo indeterminato e per almeno le prossime due settimane fino al completamento della transizione pacifica del potere.»

Il post scritto da Zuckerberg ha lo stile della comunicazione di un capo di Stato, lo stesso sussiego, la stessa autorevolezza, la stessa formalità. Cosa simile è stata fatta dai proprietari di Twitter che già durante la campagna elettorale avevano cancellato diversi tweet menzogneri del presidente e che adesso hanno eliminato tutti i suoi account anche sapendo di rischiare un secca perdita azionaria a Wall Street.

Queste decisioni prese nei confronti del presidente di un grande Stato e comunque di un politico molto noto, sono soltanto la prova più eclatante del ruolo politico ormai preminente acquisito dalla piattaforme digitali e dai loro proprietari. La politica tradizionale non riesce più a fare a meno della Rete e dei suoi social. Ma queste tecnologie e i loro algoritmi non sono pubblici e quindi, almeno in tutto il mondo occidentale non sono sotto il controllo politico dei governi e dei parlamenti. Sono colossi digitali privati che possono decidere in qualsiasi momento di entrare prepotentemente nel dibattito politico e dettare le regole del gioco. In passato hanno affermato di non essere responsabili dei contenuti pubblicati dai loro utenti, oggi scoprono di poter decidere cosa si può pubblicare e cosa no.

Trump: da Cambridge Analytica a Capitol Hill

Quando Trump raccoglieva notizie sui suoi potenziali elettori tramite gli algoritmi di Facebook e di Cambridge Analytica, Zuckerberg nei fatti stava mettendo a disposizione la sua tecnologie digitali per scopi politici e nel farlo guadagnava molti bei dollari. Lo stesso è accaduto a Google che tramite la sua piattaforma di YouTube, proprio mentre avveniva l’assalto al Congresso, incamerava soldi di pubblicità perché trasmetteva a tutto il mondo dai canali video degli stessi assalitori di Capitol Hill l’attacco al tempio della democrazia americana, le distruzioni e i selfie dalle scrivanie dei deputati americani. Lo stesso accade quando le piattaforme social amplificano le fake news, l’hate speech, i proclami dei noVax o dei suprematisti bianchi e accrescono tramite tutta questa spazzatura i loro introiti pubblicitari. È il paradosso della trasformazione dell’economia della conoscenza in economia dell’ignoranza. Più falsità e bizzarrie so diffondere, più incassi farò.

La totale destrutturazione e intossicazione dell’informazione generata dalle piattaforme social e dai mille blog con i quali qualsiasi “scappato di casa” riesce ad avere spazio sulla Rete, ha determinato un aumento del disordine mentale e relazionale di grandi quantità di persone. Il fenomeno Trump, come rappresentante politico e come movimento di consenso, è forse l’esempio massimo della enorme confusione che vive la nostra epoca, alla quale le piattaforme digitali stanno contribuendo in maniera negativa.

Naturalmente bisogna considerare che altri usi sono possibili della Rete e delle sue piattaforme social. Però al momento gli usi manipolativi sono soverchianti rispetto ai tanti usi positivi. In particolare, nel manipolare la diffusione delle informazioni sulla Rete, l’uso spregiudicato e diffuso di algoritmi che filtrano ciò che dobbiamo e quello che non dobbiamo vedere è un elemento tossico al quale pochi sembrano porre attenzione.

Senza regole sarà troppo tardi

Tornando alla censura dello sconsiderato presidente uscente degli USA, è necessario notare che questa scelta di impedirgli di avere una visibilità sulla Rete potrebbe, in tempi e condizioni diverse, valere anche per tanti altri. Potrebbe dunque accadere che in occasioni future i pochissimi proprietari delle grandi piattaforme private mondiali decidano di impedire a chiunque, povero o ricchissimo, potente o meno, di usare i loro enormi megafoni planetari. Questo certifica il ruolo politico e il grande potere delle piattaforme digitali, il loro essere dei veri e propri Stati privati in mano a una strettissima èlite che non ha obblighi pubblici e non deve sottostare a nessuna regola o legge democratica quando decide di concedere o sottrarre l’uso degli stessi a chiunque. Tutto ciò dimostra che finora i grandi giganti del Web sono stati lasciati crescere e prosperare in maniera incontrollata mentre è sempre più necessario regolare le modalità di uso e di sfruttamento del grande spazio della Rete garantendo i diritti dei cittadini.

Internet, il Web, le piattaforme software, i loro algoritmi, sono ormai da tempo soggetti con un forte ruolo politico. Ignorare questa verità genera danni economici, guasti sociali, toglie diritti ai cittadini, manipola e deforma le democrazie. Se qualcuno fino ad oggi ha ignorato tutto questo sperando di poterne trarre vantaggi politici, come certamente ha fatto Trump in questi anni, deve sapere che prima o poi sarà vittima di questa sottovalutazione, come lo è stato lui nella triste fine del suo mandato. Se qualchedun altro ancora crede che la Rete, i dati e gli algoritmi che governano le nostre vite siano questioni da lasciare soltanto ai tecnici, nel tempo si accorgerà che se la politica non regolerà i loro usi corretti e legittimi. Saranno questi giganteschi apparati e i loro proprietari a dettare totalmente le regole alla politica e a quel punto forse sarà troppo tardi.

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Articolo Originale di Domenico Talia, pubblicato e leggibile in originale a questo indirizzo e qui citato a fini di diffusione. Tutti i diritti sono riservati all’autore e alla testata di riferimento.

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