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Sostenibilità e impatto sociale, scendono in campo anche i piccoli brand

La salute dell’orso marsicano oggi passa anche da una scatola di prodotti tipici abruzzesi. Così un imprenditore ha deciso di scommettere sulle subscription box, ossia sugli abbonamenti ricorrenti, aggregando le piccole realtà del territorio. È nata Broozy, impresa che coinvolge una filiera di una quindicina di realtà locali. La clientela è prevalentemente europea. La scatola è realizzata per l’85% con materiale riciclabile e acquistandola si sostiene il territorio. «Con una parte della vendita aiutiamo l’associazione di volontari che ogni giorno lavora per salvaguardare l’habitat dell’orso marsicano. Si tratta di progetti mirati e di impatto immediato», afferma Luca Perilli, fondatore di Broozy.

Dall’Italia al resto del mondo, nel segno della moda etica. È questa la storia di Endelea, divisa tra Milano e Dar es Salaam, capitale della Tanzania. Da qui parte la sfida di questa promettente b-corp che crea abiti e accessori in tessuti africani dal design italiano, con una parte dei ricavi che viene reinvestita in programmi educativi per studenti di design. «Abbiamo aperto il nostro headquarter con le nostre dieci sarte africane. Abbiamo scelto una zona comoda per tutte. L’open space ha una cucina con il frigo e stiamo migliorando lo spazio perché deve essere accogliente e inclusivo. Ci sono enormi sfide logistiche e organizzative, ma è questa la proposta di valore perché mettiamo al centro le persone più dei prodotti. Oggi le piccole realtà come la nostra giocano un ruolo di primo piano rispetto ai grandi player. Le nostre dinamiche di adattamento sono più agili, anche se non abbiamo budget rilevanti. Ma sostenibilità è anche visione», racconta Francesca De Gottardo, co-fondatrice e Ceo di Endelea.

La scelta sui brand minori e green

Ecco l’impronta sociale dei piccoli che diventano grandi pensando alla comunità. Si tratta di Pmi e cooperative d’eccellenza: sono quelle che il pubblicitario inglese Hugh MacLeod ha definito “global microbrand”: piedi ancorati al territorio con la capacità di scalare i mercati, scommettendo sulla responsabilità sociale. Che la strada sia quella maestra emerge anche dal rapporto “Consumer products and retail” di Capgemini Research Institute. L’indagine ha coinvolto 7.500 consumatori e 750 dirigenti d’azienda nel mondo ed evidenzia una forte correlazione tra sostenibilità e business.

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I dati rilevanti

Oggi il 79% dei clienti ha modificato le preferenze di acquisto in base a criteri di responsabilità sociale, inclusività e impatto ambientale. Il 53% dei consumatori – ma il dato arriva al 57% per la generazione Z – hanno iniziato ad acquistare prodotti di marchi meno conosciuti, ma più sostenibili. Quasi 7 consumatori su 10 hanno dichiarato che presteranno maggiore attenzione alla scarsità delle risorse naturali, mentre 6 su 10 hanno affermato che questa visione sarà permanente.

La fiducia si sposta sul locale: nella crisi di leadership che affiora dall’Edelman Trust Barometer 2021 – giunto alla ventunesima edizione e presentato al World Economic Forum di Davos – ci si affida nel 76% dei casi all’azienda sotto casa, dalla quale ben 8 intervistati su 10 si aspettano interventi su questioni sociali e ambientali. Un percorso che si accresce col coinvolgimento dal basso: la certificazione BCorp è partita come movimento nel Maryland e oggi è diffusa in 74 Paesi con quattromila realtà certificate nel mondo.

I casi italiani

Anche in Italia i progetti di successo si moltiplicano. Uno di questi parte da Bologna e oggi coinvolge tutta la regione Emilia-Romagna nella raccolta del latte materno per i neonati prematuri. “Allattami” è il progetto pubblico-privato senza scopo di lucro promosso sin dal 2012 da Granarolo, la più grande filiera italiana del latte partecipata in cooperativa da oltre 600 soci-allevatori, insieme al Policlinico S. Orsola di Bologna: negli anni sono stati raccolti 31.100 biberon, coinvolgendo 305 donatrici. Oggi le terapie intensive neonatali rifornite da Granarolo sono a Bologna, Ferrara e Parma.


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