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«Siamo tutti un po’ robot». Bebe Vio incontra Giorgio Metta, papà dell’iCub

Milano, 1 agosto 2020 – 13:00

«Pensate alle batterie: a voi si scarica il telefono a me non si muovono più le mani», dice l’atleta. «Questa scienza migliorerà la società», spiega il direttore dell’Iit di Genova

di Massimo Sideri

«Siamo tutti un po’ robot». Bebe Vio incontra Giorgio Metta, papà dell’iCub

«Siamo tutti un po’ robot: io, magari, lo sono un po’ di più a livello fisico, ma in realtà lo siamo tutti considerando che nessuno riesce a uscire di casa senza lo smartphone. Pensate alla sfida delle batterie: a voi vi si scarica il telefono a me, quando capita, non si muovono più le mani». Dunque, dovremmo dire: Noi, robot. La campionessa paralimpica di scherma Bebe Vio coglie il cambiamento, che ci coinvolge tutti ma che in parte ci sfugge, in maniera lucida: mentre un diffuso senso di ansia alimenta una narrativa negativa non suffragata dai fatti (la Germania, il Paese in Europa con il maggior numero di robot industriali per addetti ha reagito in maniera più veloce ed efficace alla crisi economica legata alla pandemia) la scienza sta facendo dei passi da gigante per migliorare la nostra vita. Dalla tecnologia, in particolare da quella robotica, stiamo imparando, come testimonia in questo dialogo a tre Giorgio Metta, direttore scientifico dell’Istituto italiano di tecnologia di Genova e padre, con Roberto Cingolani, di molti robot entrati nell’immaginario comune degli italiani come l’iCub, il robot per scopi scientifici più famoso nel mondo.

«L’esempio che ha fatto Bebe Vio — spiega Metta — è calzante: la capacità della tecnologia di ridarci delle parti che non abbiamo più è quasi ovvia perché estrarre delle parti di un robot da usare su uomini e donne sembra la cosa più semplice da immaginare. Ma possiamo anche andare oltre: stiamo già immaginando tecnologie come i nano-bot da ingoiare per trasportare i farmaci in maniera molto mirata. Dunque, in futuro, non ci saranno solo terapie personalizzate e tarate sul proprio genoma ma anche nano-palline che trasporteranno il farmaco e si apriranno nel posto giusto. Questo è «Il viaggio allucinante» di Asimov: non solo il robot fisico, ma anche la capacità della tecnologia di sviluppare dispositivi che fanno esattamente quello che fa un robot (con attuatori e sensori) ma a livello di scala diversa». Non solo siamo dei robot. Mangeremo dei microrobot. Farmaci già oggi disponibili potrebbero avere un’efficacia per ora solo intuibile grazie allo sviluppo delle nanotecnologie e alla decrescita del costo del sequenziamento del genoma umano.

«Siamo tutti un po’ robot». Bebe Vio incontra Giorgio Metta, papà dell’iCub

Per avere un’idea vale la pena ricordare che il primo sequenziamento costò, pochi anni fa, una cifra monstre: cento milioni di dollari. Oggi siamo già sotto i mille dollari e quando si arriverà a 100-200 dollari sarà come fare le analisi del sangue. «Immagino un futuro — conclude Metta — in cui la prima cosa che ti faranno sarà il sequenziamento del genoma. A me affascina, anche se sono un robotico, perché ci fa vedere la complessità della natura e la capacità dell’uomo». È un cambio «culturale», come lo definisce Bebe Vio. Esattamente come quello che, anche grazie alla tecnologia applicata alla disabilità, sta cambiando la nostra percezione della stessa, partendo dai campioni sportivi come lei.

«Questa è una sfida culturale — racconta Bebe Vio — e voi ci siete già dentro anche se non è chiaro a tutti. Fino a pochi anni fa i disabili erano nascosti. In realtà vogliamo far capire che non siamo dei “poverini “. Certo, partiamo da qualche passo indietro. Io al mattino ho bisogno di più tempo ma poi, quando siamo in piedi, andiamo a lavorare esattamente come tutti gli altri. Questa visione della disabilità la stiamo rivedendo attraverso la sport, ma possiamo farlo anche in altre maniere, anche attraverso la tecnologia. In questo senso siamo tutti un po’ robot». Anche i grandi brand come la Nike stanno cambiando il proprio approccio puntando molto sugli sportivi paralimpici che hanno delle storie sicuramente più dure, ma anche più belle da raccontare rispetto agli atleti normodotati. Andate a riguardare attentamente l’ultimo spot Nike Never too farm down da 116 milioni di visualizzazioni. Il dado sembra tratto. E anche Bebe Vio con la sua famiglia sta organizzando a Milano per il prossimo novembre, Covid permettendo, un grande appuntamento senza distinzioni tra atleti olimpici e paralimpici.

Bebe Vio
Bebe Vio

Non accettare il cambiamento culturale legato alla tecnologia che, come dice Vio, riguarda tutti, anche se su livelli diversi, sarebbe stato come non accettare nell’Ottocento la grande rivoluzione della chimica che ha portato a farmaci che hanno allungato la nostra vita media (quasi raddoppiandola in poco più di un secolo) e che oggi consideriamo parte della nostra quotidianità. Anche la chimica è frutto della tecnologia e della scienza. E, in effetti, spesso non è chiaro quanta scienza ci sia dietro la robotica e l’intelligenza artificiale: in realtà le possiamo ambedue rompere in pezzetti lego da utilizzare per migliorare la nostra vita. Il robot ha uno scopo sociale… «Una volta che hai costruito il know-how, la conoscenza, — conferma Metta — puoi sul serio spezzettarlo e usarlo nelle maniere più disparate: anche durante il lockdown abbiamo costruito valvole grazie a ciò che avevamo appreso con la robotica. Esistono molti esempi di ciò che stiamo facendo e che avrà un impatto sulla vita quotidiana. Per esempio se lavori in settori usuranti dopo tanti anni si possono accentuare o possono nascere delle patologie. Ecco il robot indossabile dove la testa, l’intelligenza, ce la mette sempre l’essere umano, ma la fatica la fa il robot. Questo è un esempio di robotica che si può portare nell’industria e che non necessariamente esclude l’uomo». Gli esoscheletri per l’operaio o i paraplegici sembrano fantascienza, ma non lo sono. Ne è stata fatta di strada da quando nasceva il mito dell’androide, nel Medioevo, come intuizione di uno dei grandi sapienti della Chiesa, Alberto Magno.

L’incontro tra Bebe Vio e Giorgio Metta diventa anche occasione inusuale per un possibile trasferimento tecnologico, il passaggio della conoscenza scientifica verso una soluzione applicata. «Nonostante io adori la tecnologia — racconta la campionessa — intorno a me sta diventando tutto touch: ma le mie mani non lo sono. Non posso usare gli ascensori. I rubinetti stanno diventando touch. Ogni volta devo staccarmi il braccio e pensare a come fare. Avere una protesi touch sarebbe molto bello». Un esempio perfetto: l’Iit ha già brevettato una pelle artificiale dell’iCub non solo touch ma anche sensibile al contatto: se qualcuno gli compare alle spalle e lo tocca lui lo sente. Non si potrebbe usare? «Il problema del touch è risolvibile» conferma lo scienziato. L’impegno nei confronti di Bebe Vio è preso: mani Iit touch.

Giorgio Metta e l’iCub
Giorgio Metta e l’iCub

Molto più complesso è il problema delle batterie. Tutto il futuro sembra legato a questa singola sfida tecnologica: batterie più capaci, affidabili e, non ultimo, più compatibili con l’ambiente. La sostenibilità è la parola chiave che nessuno può più pensare di snobbare. «Chiaramente la sfida delle batterie — continua Metta — è quella della capacità. In sostanza parliamo di densità di potenza: dovremmo cercare di costruire cose più piccole e che contengano più energia per sostituire definitivamente il motore a benzina anche nella mobilità. E non si tratta solo delle automobili: più complicato ancora, per esempio, è il campo dell’aviazione. Pensiamo a un jet elettrico capace di trasportare centinaia di persone. C’è un altro problema ed è proprio quello ambientale: nel funzionamento le batterie non sono inquinanti ma non dobbiamo dimenticare che i materiali con cui sono assemblate sì. Il litio inquina, bisogna ripensare interamente il ciclo di vita del prodotto, un tema al quale, in generale, pensiamo poco». Il momento potrebbe essere quello giusto: a causa dell’emergenza economica del Covid-19 l’Europa sta stanziando grandi quantità di denaro pubblico, delle politiche keynesiane che per ora vengono immaginate in chiave novecentesca, come politiche di ricostruzione e infrastrutturazione, anche tecnologica. Ma con un minimo di visione, andrebbero usate in buona parte per la ricerca su queste tematiche. Lo sviluppo tecnologico può essere sostenibile. Se ci pensiamo in tempo.

1 agosto 2020 | 13:00

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