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Sabina Berretta, il cervello in fuga che ora dirige… una banca di cervelli

articolo di pubblicato su https://corriereinnovazione.corriere.it/2020/06/27/sabina-berretta-cervello-fuga-che-ora-dirige-banca-cervelli-23f95458-b7bf-11ea-b7f2-bfb2b67ec0ad.shtml

Milano, 27 giugno 2020 – 15:03

La neuroscienziata siciliana guida l’Harvard Brain Tissue Resource Center e ha fondato il Translational Neuroscience of Psychiatry. La sua ricerca preziosa per la schizofrenia

di Alessia Cruciani


Sabina Berretta nel suo laboratorio

In Italia le ripetono che la definizione “cervello in fuga” non potrebbe essere pi calzante. Negli Stati Uniti vince il paragone con il dottor Frankenstein. Perch sono un cervello in fuga che dirige una banca di cervelli, dice sorridendo Sabina Berretta. La neuroscienziata di Catania si trasferita 30 anni fa a Boston dove stato subito apprezzato il suo di cervello: oggi direttrice dell’Harvard Brain Tissue Resource Center (una delle pi importanti banche riservate alla materia grigia), direttrice del Translational Neuroscience of Psychiatry (il laboratorio di ricerca da lei fondato), e professore associato di Psichiatria alla Harvard Medical School. La sua missione studiare alcune delle patologie che ancora presentano troppi misteri, come la schizofrenia e il disturbo bipolare.

Un traguardo a cui arriva attraversando diverse sliding doors: vuole studiare filosofia a Catania ma non mi avrebbe dato un lavoro, e cos mi sono iscritta all’Isef pensando “intanto trovo un’occupazione e poi continuo a studiare quello che voglio”. Preparando una tesi in fisiologia, il professore che insegnava le neuroscienze mi ha fatto entrare in laboratorio: ho capito subito che era quello il lavoro che avrei voluto per sempre. Dopo una laurea in medicina, il lavoro come volontaria in laboratorio, qualche pubblicazione apprezzata,molto lavoro e un pochino di fortuna, a 29 anni ho vinto una borsa di studio del Cnr per lavorare un anno all’estero. Alcuni ricercatori italiani mi hanno presentato al laboratorio che mi interessava: quello di Ann Graybiel all’Mit di Boston, che approfondiva una parte del cervello che avevo gi iniziato a studiare. Una volta entrata, mi hanno chiesto di rimanere. Dopo sette anni, spinta dalla voglia di applicare le neuroscienze di base agli studi clinici sui disordini del cervello, Berretta d vita al suo laboratorio indipendente: nasce il Translational Neuroscience Laboratory, che parte dell’Harvard Medical School. Intanto collabora con l’Harvard Brain Tissue Resource Center, dove ha accesso ai cervelli umani post mortem, e di cui ha poi assunto la guida.

Sabina Berretta, il cervello in fuga che ora dirige... una banca di cervelli

Praticamente tutti, la risposta della neuroscienziata alla domanda su quanti misteri deve ancora svelare il nostro organo pi misterioso. Negli ultimi 20-30 anni abbiamo iniziato a capire meglio come avvengono certe funzioni di base, ma sappiamo ancora poco. Per esempio, a livello elettrofisiologico stiamo scoprendo come lavorano le sinapsi ma la componente molecolare complessa. Sappiamo molto su come avvengono certe funzioni, la visione, i piani motori, ma abbiamo appena cominciato a capire il ruolo che giocano le emozioni nelle decisioni che prendiamo, anche se iniziamo a intuire quali molecole e circuiti nervosi potrebbero essere coinvolti. Lo stesso vale per le malattie del cervello, sono talmente complesse che anche di quelle “pi facili” da comprendere, perch dovute a una sola mutazione genetica, difficile connettere genetica e patologia e spiegare come si traducono in sintomi.

Sabina Berretta, il cervello in fuga che ora dirige... una banca di cervelli

La complessit delle malattie del cervello richiede che vengano affrontate su pi livelli, da quelli clinici, genetici, molecolari e cellulari fino a “imaging” come la risonanza magnetica o la Pet, studi su modelli animali e culture cellulari. Per avere un significato, ognuno di questi approcci sperimentali richiede ulteriori livelli di approfondimento. Sarebbe assurdo dire che io studio tutta la patologia del disordine bipolare o della schizofrenia. Devo scegliere degli aspetti definiti e andare a fondo nei cambiamenti nel cervello che corrispondono ai sintomi. Conduco studi su una componente molecolare che si chiama matrice extracellulare e il mio gruppo di ricerca ha trovato che ci sono cambiamenti molto significativi in certe parti del cervello in persone che soffrivano di schizofrenia o disturbo bipolare. Il difficile poi connettere questi cambiamenti con gli altri aspetti della malattia. come se ognuno di noi studiasse una piccola parte di un puzzle e gli sforzi maggiori fossero poi dedicati a rimettere insieme tutti i pezzi .

Impossibile immaginare i tempi in cui si troveranno le cure o approcci terapeutici migliori. Ora ci sono tecnologie che cinque anni fa sembravano fantascienza. Ma, pur avendo io scoperto delle anomalie in un particolare settore molecolare e anche se sapessi in quali sintomi si manifestano, l’altra questione come realizzare una terapia. Ecco che diventa fondamentale la banca dei cervelli che raccoglie quelli lasciati da donatori americani, alcuni con patologie e altri sani, in modo da comparare chi ha avuto il Parkinson, l’Alzheimer, la schizofrenia con chi non ne soffriva. Dal 1978 a oggi l’Harvard Brain Tissue Resource Center ha raccolto 9.000 cervelli e fa parte di un network di sei differenti banche che vengono finanziate dall’Nih NeuroBioBank — aggiunge Berretta — L’Hbtrc fa una prima analisi di base e poi spedisce i campioni in tutto il mondo. Se i campioni non fossero disponibili, la ricerca sui cervelli non sarebbe possibile. Chi sceglie di donare il proprio cervello alla fine della vita fa un regalo prezioso alla societ. Purtroppo c’ per la tendenza a non considerare le malattie psichiatriche come vere patologie, dal punto di vista sociale vengono caratterizzate come malattie del comportamento e stigmatizzate, quindi non si sente l’esigenza di donare il cervello. Prendiamo la depressione — chiarisce la neuroscienziata —: non una scelta ma causata da cambiamenti importantissimi nel cervello. Non come essere pigri!.

Albert Einstein
Albert Einstein

A proposito di cervelli frammentati, la stessa sorte subita da quello di Albert Einstein: non che un pezzo arrivato anche alla banca diretta da Berretta? No, ma se noi volessimo capire quali sono le differenze tra il cervello di un genio e quello di persone come me che incontriamo tutti i giorni, dovremmo averne tanti di geni e tanti di non geni per fare una comparazione. Uno solo non basta, nemmeno se quello di Einstein.

27 giugno 2020 | 15:03

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