Green e sostenibilità

Orso Papillon non è Baloo e nemmeno Yoghi: smettetela di umanizzare gli animali

Com’è difficile la re-introduzione in natura

La reazione dei cittadini sui social è quasi unanime, quasi sempre indignata e quasi sempre assegna valori umani all’animalone selvatico. È quasi unanime e non unanime, la reazione, perché dall’altra parte si esprimono i naturalisti, i biologi, gli scienziati, gli abitanti dei boschi, gli ecologi, gli esperti. Naturalisti e ecologi dicono che l’orso va gestito. In Trentino l’orso era scomparso a metà del Novecento (a colpi di schioppettate) ed è stato re-introdotto artificialmente negli ultimi anni con una scelta coraggiosa per costi e per consenso. La decisione venne appoggiata dagli abitanti, impegnò un tempo lunghissimo fra le comunità locali, gli amministratori pubblici e gli ecologi per stabilire le regole naturalistiche d’ingaggio e i dettagli dell’operazione orso. L’obiettivo della rintroduzione è stato ed è tuttora avere in Trentino una popolazione stabile di orsi con cui sia possibile la convivenza.

I conflitti fra l’orso e l’uomo

L’orso va gestito perché, come anche altri carnivori (è il caso del lupo), l’orso produce molti conflitti con le attività umane. L’orso soprattutto uccide bestiame per cibarsene, oppure distrugge colture e frutteti, ma a volte arriva anche a costituire rischi seri per la salute e la vita delle persone. L’orso è un animale dai muscoli di forza sovrumana, dalla corsa velocissima (non ci si illuda di salvarsi con la fuga), dagli unghioni pericolosissimi e dalla curiosità attiva. Il carattere allegro degli esemplari più gioviali consente una relazione positiva, ma gli animali aggressivi sono una minaccia per la comunità umana. Dovunque nel mondo vi siano orsi, lì viene fatta una pianificazione per poterne gestire la presenza soprattutto nel caso di animali violenti.

L’esempio dell’orso marsicano

Si è visto con l’orso marsicano in Abruzzo (il piano di gestione dell’orso abruzzese si chiama Patom) che se gli esemplari aggressivi vengono confinati e viene impedito loro anche di riprodursi, la specie si seleziona verso animali dal carattere più tranquillo e meno aggressivo e ciò migliora il rapporto con la popolazione umana. Si è visto in Canadà che i casi di animali aggressivi non sono risolti spostando l’orso in zone remote e disabitate: lo stress del trasporto, l’isolamento, la diversa disponibilità di cibo rendono l’animale ancora più violento oppure lo condannano alla morte rapida. Si è visto che se gli animali aggressivi non vengono confinati, la popolazione insorge. Se la comunità teme l’aggressione mentre si passeggia in campagna, quando a piedi si torna camminando a margine dell’abetaia con il giornale sottobraccio e il pane fresco, o quando i bambini giocano in giardino – cioè nella vita quotidiana – allora scatta il meccanismo di repulsa non contro quell’orso ma contro tutti gli orsi. Cominciano le ronde di bracconieri. Persone inesperte di gestione degli orsi sparano indiscriminatamente contro tutti gli animali di quella specie. La doppietta viene appesa sopra al camino con i colpi in canna, pronta a sparare qualora un orsetto venisse a rovistare nello stesso giardino in cui giocano i bambini. Oppure firmano petizioni per l’abbattimento di tutti gli animali. Una caccia alle streghe, o meglio agli orsi. L’intera comunità di animali verrebbe messa a rischio.

Gradualità di interventi

Come nel caso dell’Abruzzo con il piano Patom, così la gestione dell’orso nelle Alpi centro-orientali segue il dettagliato piano d’azione interregionale Pacobace scritto da naturalisti ed ecologi esperti sotto il controllo del ministero dell’Ambiente, dell’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) e delle amministrazioni locali di Veneto, Trentino, Alto Adige e altre zone confinanti. Il piano Pacobace individua una graduatoria di conflitti con l’uomo, dai meno gravi (l’orso si avvicina ai centri abitati) fino a quelli di maggiore rischio (l’orso attacca l’uomo deliberatamente) e per ogni conflitto il piano indica le azioni da condurre. Le misure di gestione dei conflitti passano attraverso un controllo periodico e poco severo degli spostamenti, il monitoraggio continuo dell’esemplare violento, per esempio con un radiocollare (l’orso M49 ne era stato dotato ma se ne era liberato), fino alla cattura ma anche fino all’abbattimento per i casi più gravi.

Abbattere l’esemplare per salvare la specie

Non è un controsenso abbattere un animale che si vuole salvaguardare. L’obiettivo è salvare la specie, non il singolo esemplare. Lo scopo della rintroduzione dell’orso nelle Alpi Orientali non riguarda un solo animale ma l’intera popolazione di orsi. Se l’animale violento viene tolto dalla circolazione e gli viene impedita anche la riproduzione (con la cattura; l’abbattimento è un caso estremo adottato raramente), dopo alcuni anni tutta la comunità di animali sarà composta da orsi più miti.


Articolo di di Jacopo Giliberto pubblicato a questo indirizzo. e qui citato a fini di diffusione. Tutti i diritti sono riservati all’autore e alla testata di riferimento.


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