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Intervista a Condon (Bayer): “Così combattiamo fame e cambiamenti climatici”

Covid-19, crisi sanitaria, crisi alimentare, cambiamenti climatici: sono molteplici i temi affrontati nell’intervista di affaritaliani.it a Liam Condon, presidente della divisione Crop Science di Bayer

“Future of Farming Dialogue” è il ciclo di incontri virtuali organizzati da Bayer per discutere dei temi più rilevanti rispetto a un settore, quello dell’agricoltura, le cui prospettive sono strettamente legate alle due grandi emergenze del nostro tempo: la pandemia di Covid-19 e i cambiamenti climatici. La combinazione di questi due fattori spinge Liam Condon, presidente della divisione Crop Science della multinazionale tedesca, a porre un’enfasi particolare sul concetto di “sostenibilità”:  “Le avversità non sono una novità per il settore agricolo, basti pensare alle inondazioni e alla siccità, senza dimenticare gli insetti infestanti. La pandemia da Covid-19 è solo un ulteriore segnale della necessità di creare un sistema alimentare più sostenibile e resiliente, capace di garantire la sicurezza alimentare. L’innovazione, la scienza e la cooperazione non sono elementi essenziali solo per superare la pandemia: devono diventare protagonisti anche nel settore agricolo per affrontare le sfide che il presente e il futuro riservano agli agricoltori”.

Il manager irlandese ha fissato degli obiettivi molto chiari su questo fronte: “Soprattutto in tempi difficili, abbiamo la responsabilità di garantire la sicurezza alimentare e ridurre la nostra impronta ecologica. Abbiamo inoltre il dovere di aiutare gli agricoltori a compiere lo stesso percorso fornendo loro i prodotti, i servizi e le tecnologie necessari per produrre cibo a sufficienza utilizzando meno risorse e preservando l’ambiente. La chiave per ottenere questi risultati è l’innovazione, che continuiamo a portare avanti”.

Per approfondire il tema, affaritaliani.it ha intervistato Liam Condon in merito alla situazione dell’agricoltura nell’epoca del Covid-19 e sulle innovazioni che potranno cambiare radicalmente gli scenari del prossimo futuro.

Liam Condon, nato a Dublino, è sposato e ha due figli (foto: Bayer)
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Qual è stato l’impatto della pandemia sul business di Bayer nel settore agricolo?

“Nella prima parte dell’anno praticamente inesistente. Anzi, il nostro business è cresciuto del 5% e noi ci siamo concentrati specificatamente sul mantenimento delle fortuniture di sementi, prodotti e agrofarmaci ai coltivatori, così che potessero continuare con le loro attività, così da evitare che la crisi sanitaria si trasformasse in una crisi alimentare. Per la prima metà dell’anno le cose hanno funzionato abbastanza bene, mentre nella seconda abbiamo iniziato a percepire un po’ di vento in senso contrario. Fondamentalmente, si sono verificati due fenomeni. Da una parte, il fatto che le persone restassero a casa ha comportato una diminuzione della domanda di carburante in generale e quindi anche di biocarburanti. Negli Stati Uniti, la coltivazione più importante è quella del mais e il 30% della produzione va proprio in biocarburanti. Quindi, c’è un impatto negativo che stiamo iniziando a vedere su questo versante. Un altro fenomeno è stato più indiretto. Solitamente, il business nella prima metà dell’anno è dominato dall’America del Nord e dall’Europa, mentre nella seconda prevalgono America Latina, Asia e Pacifico, per ragioni climatiche. Il nostro business prevalente è in Brasile, dove a causa del Covid-19 c’è stata una fortissima svalutazione della moneta locale, il Real, che è sceso del 30-40%: al momento di tradurre le nostre vendite in Euro, abbiamo registrato una perdita notevole nella seconda parte dell’anno. Fortunatamente, invece, non ci sono state discontinuità sulla filiera in generale”. 

Non è semplice prevedere il futuro, di questi tempi, ma quali sono le vostre aspettative per il settore relativamente al 2021 e a medio termine?

“L’impatto relativo ai biocarburanti e quello sulla moneta brasiliana si ripercuoteranno anche sul 2021, rallentando la crescita. In generale, riteniamo che si tratti di problematiche temporanee. Vedremo in effetti un miglioramento una volta che saremo usciti dalla modalità ‘crisi’, ovvero quando ci sarà quel vaccino sul quale si sta lavorando. Quando arriveremo a una ‘nuova normalità’, i mercati riprenderanno a crescere sulla base delle dinamiche sottostanti: l’aumento demografico e il fatto che le risorse naturali siano limitate, il che’ richiama la necessità di una sempre maggiore innovazione. Riteniamo, quindi, che il rallentamento sarà limitato all’arco del 2021”. 

Il Covid-19 ci fa paura per tanti motivi, ma forse si parla poco dei suoi possibili effetti sul bisogno di cibo per ampie regioni del mondo. La crop science potrebbe essere di grande aiuto per combattere la fame che riguarda sempre più persone, non è così? 

“Sì, è giustissima la sua considerazione. Effettivamente ora c’è un rischio reale. Proprio ieri parlavo con David Beasley, che è a capo del World Food Programme delle Nazioni Unite, al quale è stato assegnato il Nobel per la Pace. Mi ha chiamato perché è molto preoccupato dal fatto che nel prossimo futuro ci possano essere miliardi di persone che soffrono la fame, se non si fa qualcosa di serio per aiutare coloro che hanno bisogno. Questo non solo in Africa e in Asia, ma anche negli Stati Uniti, dove vediamo code interminabili di persone che attendono fuori dagli enti caritatevoli per avere un pasto. Sono persone che hanno perso il lavoro e quindi non hanno più fonte di reddito. E’ una situazione drammatica. In passato il problema della fame in Europa non esisteva, ma con la crisi del Covid-19 ci siamo tutti resi conto di come il sistema alimentare sia fragile. E’ fondamentale sostenere gli agricoltori, così che possano sfamare il mondo. Oltre alle innovazioni, ci siamo posti l’obiettivo di aiutare 100 milioni di piccoli coltivatori, che sono un tassello molto importante – forse il più importante – di questa catena, ma che tendono a essere i più marginalizzati e colpiti dalla povertà: nel momento in cui non riescono a realizzare un raccolto, non hanno più reddito. Per questo abbiamo pensato a una iniziativa rivolta a loro, finalizzata a portare maggiore resilienza su tutta la catena alimentare. Adesso notiamo che sempre più persone stanno rendendosi conto che il sistema di produzione del cibo non è qualcosa da dare per scontato. Bisogna investire”.

Adesso tutti siamo comprensibilmente molto preoccupati dal Covid-19, ma non dobbiamo dimenticare la sfida legata ai cambiamenti climatici: cosa si può fare sul piano dell’innovazione per vincere questa sfida?

“Personalmente ritengo che i cambiamenti climatici rappresentino la sfida più grande che l’umanità debba affrontare. E’ vero: rra l’attenzione è tutta rivolta al Covid-19, ma si tratta di un fenomeno che prima o poi riusciremo a risolvere, perché ci sarà un vaccino e allora la vita ricomincerà. Invece i cambiamenti climatici non scompariranno. In questo senso, dobbiamo tutti renderci conto del fatto che l’agricoltura adesso è considerata parte del problema. Questo perché comporta l’emissione di gas serra e, assieme al bestiame, l’agricoltura è responsabile di circa un 25% delle emissioni globali. Però dobbiamo anche renderci conto del fatto che l’agricoltura è uno dei pochi settori produttivi in grado di catturare CO2 nel suolo, riducendo quindi le emissioni nell’atmosfera. Quindi noi vogliamo che gli agricoltori diventino parte della soluzione. Ne parlavo anche recentemente al Forum sull’Agricoltura. Noi stiamo sviluppando un nuovo modello di business, che costituirà un vero e proprio cambio paradigmatico: un modello secondo il quale l’agricoltore viene pagato per il quantitativo di CO2 che riesce a sequestrare nel suolo, mentre adesso viene pagato solo per il raccolto che realizza. Fino ad oggi, non viene ricompensato per il contributo che dà alla risoluzione del problema del cambiamento climatico. Lavorando con altri partner, siamo riusciti a sviluppare una metodologia che permette di verificare l’anidride carbonica sequestrata nel suolo. L’agricoltore poi sarà connesso a una piattaforma e avrà la possibilità di vendere i suoi crediti di CO2. Si viene quindi a creare una situazione ‘win-win’ con vantaggi per tutti. In primo luogo per l’agricoltore, ma soprattutto per la società nel suo insieme. Noi siamo veramente entusiasti di questa grande iniziativa e, al di là di questo, ci sono quelle che io definirei le innovazioni ‘più classiche’, nel senso che siamo sviluppando prodotti per colture più ‘smart’, capaci per esempio di resistere a eventi atmosferici estremi (come inondazioni o siccità), ma anche prodotti che permettano la resa. Cito ad esempio il mais di bassa statura, che permette di ottimizzare la produttività utilizzando meno terreno, acqua, fertilizzanti e pesticidi. Il nostro è un contributo duplice: da un lato con queste innovazioni e dall’altro sviluppando veri e propri nuovi modelli di business”. 


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