NewsInternet

I nuovi termini di utilizzo di Instagram sono un problema per i sex worker

Dagli Stati Uniti all’India, tante persone che si occupano – per lavoro, attivismo o divulgazione – di sessualità hanno denunciato di aver perso traffico (e fonti di sostentamento) per colpa dei nuovi termini del social network di proprietà di Facebook. E ora protestano

Carlotta Vagnoli è su Instagram da otto anni, dai tempi della storica icona che ricordava una polaroid e i filtri preimpostati usati generosamente. Sex columnist su testate come Gq e Playboy, divulgatrice e attivista, Vagnoli ha conquistato oltre 172mila follower negli anni parlando di revenge porn e contraccezione, battaglie femministe e – soprattutto – corpi. Il suo prima di tutto. Fino a una settimana fa, le sue Stories su Instagram raggiungevano tranquillamente le 80mila visualizzazioni. Il 20 dicembre, da un giorno all’altro, a parità di contenuti sono crollate attorno al 20mila.
Non è la prima volta che l’attivista ha problemi con il sistema di moderazione del social network a cui dedica tanto lavoro: in passato diverse Stories in cui parlava di questioni delicate come lo stupro e il revenge porn erano state cancellate automaticamente dalla piattaforma, e dei post in cui si intravedeva vagamente un suo capezzolo sono stati rimossi. Questa volta, però, è diverso: contraccolpi simili sono stati segnalati in tutto il mondo, dagli Stati Uniti all’India, da tantissime persone che si occupano – per lavoro, attivismo o divulgazione – di sessualità e corpi. Educatori sessuali e sex worker, ma anche fotografi, pole dancer, performer che fanno burlesque e persone che si occupano di body positivity. 
Responsabili del cambiamento sono i nuovi termini d’uso di Instagram, annunciati già il mese scorso e modificati per riflettere gli standard della comunità relativi all’“adescamento sessuale” già imposti da tempo da Facebook, a cui Instagram appartiene. Instagram ha modificato le sue Linee guida della community per aderire alle regole di sollecitazione sessuale di Facebook. Le nuove linee guida sottolineano che gli utenti non possono pubblicare contenuti a sfondo sessuale, sia esplicito che implicito.
Il cambiamento rientra in una scia di decisioni da parte delle piattaforme mainstream – Reddit, Cragislist e Tumblr già nel 2018, TikTok appena qualche giorno fa – pensate per allontanare chi lavora nel mondo del sesso, ma anche chi fa educazione sessuale o chi ha interessi ritenuti sessualmente espliciti, come il pole dancing e lo strip tease.  
A fare da spartiacque sono state soprattutto due leggi gemelle passate dal Congresso statunitense nell’estate del 2018: Stop Enabling Sex Traffickers Act e  Allow States and Victims to Fight Online Sex Trafficking Act, in breve Sesta e Fosta. Vendute come strumenti vitali per combattere il traffico sessuale online, queste leggi ritengono responsabili i gestori delle piattaforme dei contenuti postati da terzi sul lavoro sessuale (anche consensuale) al loro interno. Un po’ spaventate dalla possibilità di essere multate sotto la legge americana, un po’ timorose di perdere i soldi degli investitori che non vogliono essere collegati a contenuti ritenuti controversi, le tech company hanno inaugurato una stretta che continua a marginalizzare chi, con il proprio corpo, ci lavora – ma non solo. 
Prima di quest’autunno, i termini d’uso erano molto vaghi nel bandire i capezzoli femminili, le natiche e i rapporti sessuali. Ora, in un’intera sezione dedicata – quella sui “contenuti scabrosi”, fianco a fianco con le regole sull’incitamento all’odio, le immagini violente e addirittura il terrorismo, figura una lunga serie di nuove linee guida. Sono vietati i genitali visibili (se non in situazioni correlate alla salute, come parti o operazioni chirurgiche), capezzoli femminili (“escluso nei contesti di allattamento al seno, parto e momenti successivi al parto, situazioni correlate alla salute o atti di protesta”) e fondoschiena nudi (“tranne se, ritoccati, su un personaggio pubblico”, qualsiasi cosa voglia dire), attività sessuali, uso di sex toys e contenuti fetish. 
Per evitare il fantomatico adescamento, poi, Instagram si propone di limitare “i contenuti che facilitino, incoraggino e coordinino gli incontri sessuali tra adulti”: non solo “espressioni gergali a sfondo sessuale” e menzioni o illustrazioni di attività sessuale, incluse le opere d’arte, digitali o reali, ma addirittura emoji come pesche, melanzane o goccioline. Ad essere escluse da queste logiche sono le celebrità: basti pensare ai contenuti di Kim Kardashian o alla modella Bella Thorne, che pubblicizza tranquillamente il proprio profilo OnlyFans, popolare piattaforma su cui vengono offerti servizi di intrattenimento, per adulti ma non solo.
“Non rimuoveremo un account semplicemente perché è presente un collegamento a OnlyFans: agiamo se questo collegamento è condiviso insieme a contenuti che tentano di condividere o offrire materiale sessuale o coordinare incontri sessuali tra adulti”, ha risposto un portavoce di Instagram riferendosi alla. La spiegazione, però, non è stata sufficiente a risolvere le preoccupazioni – a maggior ragione perché nella grande maggioranza dei casi, la moderazione non è ancora affidata ad esseri umani capaci di valutare criticamente il contesto in cui un hashtag, un’emoji o una fotografia vengono inseriti.  
Per i e le sex worker, colpiti in modo particolarmente intenso dalle restrizioni dovute al coronavirus, è una dura batosta, economica in primis: spesso il social network è la loro principale piattaforma di marketing e il luogo in cui si svolgono gran parte delle prime interazioni con i clienti. Questi spazi digitali servono anche a condividere informazioni con la propria comunità in sicurezza ed esaminare i clienti prima di interagirci.
“Lavorando nel campo dell’arte erotica femminile, Instagram mi ha dato la possibilità di mostrare un certo tipo di immagine, portare altre donne ad incuriosirsi ed avere un nuovo approccio al proprio corpo”, racconta Giuditta Sin, artista visuale e danzatrice, tra le più importanti performer di burlesque in Italia. “Considerato che con la pandemia non si può neanche lavorare nei club o nei teatri svolgendo il nostro lavoro normalmente, in un momento in cui l’online è ancora più di fondamentale importanza per continuare a lavorare tra show e streaming, tutto questo ci viene impedito. Non ci è possibile promuovere i nostri canali OnlyFans nelle storie né nei post, né inserire il link nella descrizione del profilo”, continua. “Stai dicendo che non solo non possiamo lavorare nei luoghi adibiti, ma neanche online: non possiamo esistere senza che sembri che tu stia adescando qualcuno o promuovendo contenuti che offendono gli altri utenti”. Instagram ha affermato di essere in contatto con dei sindacati di sex worker, senza però fare alcun nome. 
Oltre al timore di vedere il proprio profilo cancellato, a inquietare tantissimi è il cosiddetto shadow ban, pratica fumosa che Instagram ha sempre negato. Ciò che la piattaforma ha ammesso di star già facendo nel 2019 è, piuttosto, “ridurre la diffusione di post inappropriati ma non contrari alle Linee guida della community di Instagram” – facendo sostanzialmente scomparire i contenuti dalle pagine Esplora e silenziando determinati hashtag. Rendendo molto più difficile, in ultima istanza, raggiungere nuovi utenti. Il tutto tramite un algoritmo addestrato per identificare questi contenuti borderline: “abbiamo iniziato a utilizzare l’apprendimento automatico per determinare se i contenuti multimediali effettivamente pubblicati sono idonei a essere consigliati alla nostra community”, ha affermato l’anno scorso Will Ruben, a capo di Instagram Discovery. “Solo perché qualcosa è consentito su una delle nostre app non significa che dovrebbe apparire nella parte superiore del feed di notizie o che dovrebbe essere raccomandato o che dovrebbe essere in grado di essere pubblicizzato”, ha affermato Tessa Lyons, direttrice della sezione product management di Instagram.
A esistere in questo limbo tra ciò che è concesso dalle linee guida e ciò che secondo l’algoritmo è auspicabile mostrare sono enormi risorse che riguardano temi normalmente ignorati nell’istruzione pubblica – educazione sessuale e sentimentale, ma anche discorsi di normalizzazione del sex working e lotta allo stigma che circonda i corpi non conformi. “Con il nostro lavoro mettiamo in contatto con questi temi persone che non ne sanno niente”, spiega Carlotta Vagnoli. “Non abbiamo educazione sessuale nelle scuole, non abbiamo educazione al consenso, niente su come funzioni il nostro corpo in relazione con la società e gli altri corpi. L’unico spazio accogliente era quello online”.
Condivide una riflessione simile Ella Marciello, direttrice creativa dell’agenzia Ribelli, portavoce del collettivo Hella Network e pole dancer amatoriale che su Instagram condivide spesso il suo corpo. “Se releghiamo tutto ciò che è fisicità e corpo e divulgazione ad una zona grigia, come qualcosa di difficile e sporco, di cui non si deve parlare, ciò modifica il sentire comune”, dice. “Se la percezione dell’affettività, della sessualità, del corpo nudo – che ci appartiene, che è fisico e fa parte di noi – viene stigmatizzata, questo a livello sociale ha delle implicazioni. Stiamo dicendo agli utenti che queste sono cose sbagliate. Tantissimi canali che trattano di questi argomenti sono stati aperti esattamente per questo motivo: portare attenzione, sensibilizzare”.
Digital media strategist di lavoro, per l’attivista femminista Isabella Borrelli il problema è lampante: “La piattaforma non ha confini geografici. Deve trovare una regola comune che faccia sentire tutelate sia i danesi, sia i sauditi. Ed é qui che lo sguardo sul corpo femminile si interseca con le linee guida di una piattaforma. Le sensibilità circa il corpo femminile nudo hanno, ahimè, tantissimo a che fare con cultura e religione. E le culture che accettano la sensualità femminile in ottica inclusiva e autodeterminata radunano in totale poche migliaia di abitanti. Dal canto mio ho una proposta (imperfetta, limitata, certo): che la stessa deroga per i contenuti violenti venga applicata a quelli di nudo, ovvero che siano consentiti a scopo divulgativo e di sensibilizzazione. E che sia aggiunto un layer per chi produce contenuti +18 a fini lavorativi, per consentire che, nei limiti della legge, possano rappresentarsi”.

Potrebbe interessarti anche

leggi articolo completocliccando qui


Articolo Originale di Viola Stefanello, pubblicato e leggibile in originale a questo indirizzo e qui citato a fini di diffusione. Tutti i diritti sono riservati all’autore e alla testata di riferimento.

Show More

Articoli Suggeriti per Te

Back to top button