Business & Management

Così il «fattore paura» pesa sulla ripresa delle attività aziendali

il post coronavirus

Un sondaggio condotto da EasyHunter su oltre 13mila persone rivela che più della metà non è pronta a tornare in ufficio

di Francesca Contardi *

(AFP)

Un sondaggio condotto da EasyHunter su oltre 13mila persone rivela che più della metà non è pronta a tornare in ufficio

3′ di lettura

Queste settimane di obbligato isolamento (o di lockdown se vogliamo usare il termine anglosassone) hanno avuto un impatto notevole, a livello psicologico, su ciascuno di noi. Nessuno probabilmente aveva mai provato una paura – condivisa quasi da tutti – nei confronti di qualcosa di non tangibile che ha modificato gran parte delle nostre abitudini. Una paura che è presente ancora oggi, in molti di noi. Con EasyHunters abbiamo svolto un sondaggio tra oltre 13.000 persone e abbiamo riscontrato che più della metà non è pronta a tornare in ufficio. Molti hanno paura di avere contatti con colleghi asintomatici e, quindi, di ammalarsi a loro volta. Si tratta di una paura ancestrale, inconscia, basata sul non sapere esattamente cosa sia questa malattia, come affrontarla e che conseguenze possa avere.

Molti dei soggetti interpellati si dichiarano pronti a tornare sulle loro scrivanie a settembre, come se l’estate spegnesse il virus e facesse scomparire le paure. Sono timori – non possiamo negarlo – che hanno conseguenze molto significative a livello professionale e lavorativo. Le aziende, in queste prime settimane di Fase 2, si stanno organizzando per il rientro e stanno riorganizzando gli spazi per garantire la distanza sociale e il rispetto delle norme anti Covid-19: c’è chi sta montando i parafiato tra i tavoli, chi si sta organizzando per rientrare su turni o con ingressi scaglionati. C’è, inoltre, chi sta mantenendo lo smart working come modalità lavorativa stabile e chi invece prova ad utilizzarla in alternanza alla presenza in azienda.

Ma le domande più frequenti che si sentono da parte dei dipendenti sono collegate alle policy che le aziende adotteranno: quante volte verranno sanificati gli spazi comuni? Quando verranno consegnate le mascherine? Quante persone saranno presenti, contemporaneamente, in azienda? Sono tutte domande lecite, legate alla paura del rientro. Non sono pochi gli specialisti che hanno iniziato a parlare di vero e proprio stress traumatico come quello che può colpire i militari al rientro da una missione.

È un aspetto molto serio, che non dobbiamo sottovalutare per nessun motivo. Perché questa emergenza, oltre ad aver accentuato le nostre paure, ha modificato le nostre zone di comfort. Prima l’ufficio, il supermercato o la cena con gli amici erano parte integrante della routine quotidiana di ciascuno di noi che, in un modo o nell’altro, scandiva le nostre giornate e il nostro tempo. Oggi, invece, c’è un po’ la sensazione diffusa del castello di sabbia, costruito in fretta, con materiale fragile, senza fondamenta e che, soprattutto, può crollare da un momento all’altro. Basta una nuova onda, un po’ più lunga e potente del previsto, a distruggere tutto e obbligarci a ricominciare da capo.

I manager dovrebbero conoscere e approfondire questo nuovo stato d’animo per poter gestire, nel modo migliore possibile, la ripresa delle attività. Conoscendo le paure, infatti, è possibile apportare modifiche che possano dare maggiore sicurezza o affiancare ai lavoratori gruppi di supporto.


Articolo di di Francesca Contardi * pubblicato a questo indirizzo. e qui citato a fini di diffusione. Tutti i diritti sono riservati all’autore e alla testata di riferimento.

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