Business & Management

Bria, un cervello di rientro: «I buoni progetti faranno tornare altri talenti»

Milano, 27 giugno 2020 – 13:57

«Siamo quartultimi in Europa sul digitale. È su questo che ci dovremmo concentrare» è l’invito della presidente di Cdp Venture Capital e consulente per l’Onu sulle città digitali

di Massimo Sideri


A srotolare all’indietro la vita professionale di Francesca Bria, presidente di Cdp Venture Capital e consulente per l’Onu sulle città digitali, qualcuno potrebbe anche scorgervi un qualche indizio di cambiamento per l’Italia: coinvolta a Londra in quel grande progetto inglese Nesta che fuori dalla Gran Bretagna non ha mostrato eguale vitalità ma che in patria, sfruttando la rincorsa di quegli anni, ha lasciato il segno, Francesca Bria ha poi speso qualche anno in una delle smart city più vitali d’Europa, Barcellona, come assessore per l’innovazione. È sempre stata nel posto giusto con le competenze giuste, nel momento giusto. Ed è per questo che dopo qualche mese romano comincia a tirare le prime somme:

«Ho l’impressione che l’Italia guardi troppo ai problemi pregressi, che sono innegabili, ma che ci possono portare a non cogliere la portata collettiva del cambiamento. Dobbiamo fare una vera analisi dei problemi. Siamo quartultimi in Europa sul digitale, secondo l’indice Desi della Commissione Europea. È su questo che ci dovremmo concentrare. Ci vuole ambizione sia nel pubblico che nel privato, per lavorare insieme e prendere le decisioni sul futuro, indirizzando gli investimenti verso progetti trasformativi, progettando un futuro digitale e carbon neutral. Ci vuole indirizzo e ambizione: i sistemi di innovazione hanno bisogno di partnership simbiotiche. Anche così si attraggono i talenti e si fanno tornare gli italiani dall’estero».

È stata questa la molla per lei?
«È un volano naturale: se non trasformi anche questa parte di economia non attrai i giovani, i talenti, non risolvi il gap di genere. La sostenibilità e il digitale sono due naturali canali per far capire alle persone che c’è spazio anche per loro. Il mio motto a Barcellona era: anche il “pubblico” deve diventare sexy. Sì, effettivamente anche per me ha funzionato così: il progetto del Fondo Innovazione mi ha attratto, perché ha l’obiettivo di trasformare l’Italia investendo in talento, scienza e tecnologia».

Bria,   un cervello di rientro: «I buoni progetti faranno tornare altri talenti»

Il fondo parte con una dotazione importante ma, in effetti, anche con tanti fallimenti di progetti simili alle spalle. Questo non la preoccupa?
«Il ruolo del fondo è chiaro: agisce per allargare e dare solide basi all’ecosistema del venture capital italiano. La diagnosi non è felice: siamo molto indietro. Siamo decimi in Europa per investimenti in vc, un settimo della Francia. I fondi di vc sono ancora pochi. E poi c’è la questione del corporate vc, cioè delle grandi aziende che investono in innovazione direttamente acquisendo start up e competenze e rafforzando il legame tra scienza e industria che è alla base dell’innovazione. Abbiamo appreso dai modelli che funzionano meglio in Europa, come quello francese».

La dotazione del fondo? Sono state annunciate tante cifre…
«Nel fondo c’è un miliardo in gestione e 800 milioni già sottoscritti. Fino ad ora abbiamo investito 100 milioni che nelle nostre stime impatteranno 160 start up e 250 milioni di investimenti previsti entro fine anno. Con la leva del fondo vogliamo triplicare l’effetto con azioni di coinvestimento. Inoltre c’è il valore aggiunto di far parte della Cdp in termini di corporate vc perché possiamo fare leva sulle partecipate statali che vogliono innovare».

Saranno pronte a collaborare?
«Sì, le aziende sono pronte a collaborare. I progetti sono tanti come anche l’inaugurazione della casa del venture capital».

A Roma… se è vero che abbiamo pochi vc in Italia è altrettanto vero che sono soprattutto a Milano. Non è una scelta troppo politica che rischia di avere delle conseguenze?
«In realtà dal punto di vista degli investimenti noi siamo una sgr vigilata dalla Banca d’Italia. Abbiamo autonomia e indipendenza. Mi sento di dire che la nostra stessa natura legale ci blinda da influenze politiche: si valuta la creazione di valore e l’impatto sociale e ambientale. Anche se è evidente che noi partiamo da un miliardo che in parte viene dal Mise e in pancia abbiamo anche una parte del fondo per la coesione e il Sud Italia».

Purtroppo anche qui la storia non aiuta: l’esperienza del Fondo tech per il Sud al tempo del governo Berlusconi non si risolse brillantemente e alcune aziende del nord aprirono degli uffici al sud solo per attirare l’investimento…
«Non mi stupisce. Su questo stiamo lavorando molto seriamente per andare a rafforzare il tessuto produttivo territoriale con acceleratori e poli dedicati ad esempio all’Agritech. Al Sud ci sono delle eccellenze che vanno sostenute. Credo che per evitare problemi che non nascondo dobbiamo fare sinergia tra le risorse, i talenti e le attività già in campo».

Investirete in maniera anche diretta. Non temete di far fuggire gli investitori privati?
«Mi sento di dire che il mercato vede di buon occhio il nostro intervento. In Europa stanno arrivando trilioni di euro e investimenti pubblici. Servono progetti strategici, mirati e di qualità per non rimanere indietro».

27 giugno 2020 | 13:57

© RIPRODUZIONE RISERVATA


Articolo di pubblicato a questo indirizzo. e qui citato a fini di diffusione. Tutti i diritti sono riservati all’autore e alla testata di riferimento.

Tags
Show More

Redazione DReporter

Il Team di Redazione è composto da vari collaboratori e freelancers ognuno dei quali in focus sull'argomento trattato

Articoli Suggeriti per Te

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Back to top button